Chiedi a un risparmiatore italiano quali azioni ha in portafoglio e nella maggior parte dei casi senti tre o quattro nomi che conosci: una banca, una utility, un’assicurazione, forse un titolo del lusso. Fai la stessa domanda a un olandese e sentirai nomi olandesi. A un giapponese, nomi giapponesi. Non è un caso, non è un vizio nazionale, ed è uno dei fenomeni più documentati della finanza comportamentale.
Si chiama home bias, e la parte interessante non è che esiste. È che quasi nessuno lo ha deciso. Nessuno si siede e conclude “voglio che metà del mio patrimonio azionario dipenda dall’economia italiana”: ci si arriva un pezzo alla volta, e ci si accorge del risultato solo se qualcuno lo mette in percentuale.
Il numero da cui parte tutto: quanto pesa l’Italia nel mondo
Al 31 luglio 2026 la composizione geografica dell’indice MSCI ACWI, che rappresenta circa l’85% della capitalizzazione azionaria mondiale investibile, era questa: Stati Uniti al 63,55%, Giappone al 5,05%, Regno Unito al 3,19%, mercati emergenti nel complesso all’11,78%.
L’Italia, in quell’insieme, vale circa lo 0,7%.
Vale la pena fermarsi un secondo su questa cifra, perché è il metro di paragone di tutto il resto dell’articolo. Non significa che l’economia italiana valga lo 0,7% del mondo (il PIL italiano pesa molto di più). Significa che le società italiane quotate, sommate e pesate per il flottante, valgono circa lo 0,7% delle società quotate del pianeta. È una misura del mercato azionario, non del Paese, e la differenza fra le due cose è essa stessa un pezzo della storia: in Italia una quota molto grande dell’economia produttiva non è quotata in Borsa.
Se nel tuo portafoglio azionario l’Italia pesa il 30%, non stai investendo “un po’ anche in Italia”. Stai facendo una scommessa concentrata sul mercato italiano pari a più di quaranta volte il suo peso nel mondo, e l’hai fatta senza che nessuno te la formulasse come scommessa.
Non è un problema italiano, è un problema umano
Il lavoro di riferimento su questo tema è del 1991, di Kenneth French e James Poterba, e i numeri che riportava sulla fine degli anni Ottanta sono ancora oggi impressionanti:
| Paese | Quota del portafoglio azionario investita in titoli domestici |
|---|---|
| Giappone | 98% |
| Stati Uniti | 94% |
| Regno Unito | 82% |
Quasi il 100% in Giappone. E il decennio successivo a quel dato è stato, per l’investitore giapponese, uno dei peggiori di cui si abbia memoria: il Nikkei toccò il massimo nel dicembre 1989 e ci mise oltre trent’anni a rivederlo. L’home bias non ha causato quel crollo, ma ha deciso chi lo ha subito per intero e chi no.
Va detta anche una cosa che complica il quadro, perché altrimenti la lettura è troppo comoda. Il 94% americano di allora e il 63,55% di peso attuale degli Stati Uniti nel mondo sono due cose diverse: un investitore americano che oggi tiene il 65% in azioni americane non ha home bias, ha semplicemente il mercato. Il bias si misura come scarto dal peso di mercato, non come percentuale in assoluto, e questo è il motivo per cui la stessa allocazione può essere neutrale per un americano ed estrema per un italiano.
La versione italiana: non solo le azioni
L’home bias italiano ha una caratteristica che lo rende più profondo di quanto sembri guardando solo il portafoglio azionario, e riguarda il debito pubblico.
Le famiglie italiane detengono direttamente circa il 14,5% del debito pubblico italiano. In Francia e in Germania la quota detenuta direttamente dalle famiglie è sotto il 3%. È una differenza di quasi cinque volte, e il BTP nel risparmio italiano non è percepito come un investimento fra gli altri: è la scelta prudente per definizione.
Il punto è che sommando le due cose il quadro cambia. Un risparmiatore che ha BTP nella parte obbligazionaria e titoli italiani nella parte azionaria non ha un portafoglio “un po’ sbilanciato sull’Italia”: ha un portafoglio in cui entrambe le gambe dipendono dallo stesso emittente sovrano. E ci lavora pure, quasi sempre in Italia, il che significa che anche il suo reddito da lavoro è correlato alla stessa economia. Tre esposizioni allo stesso rischio, contate come tre diversificazioni.
Quanto è costato, in concreto
Il modo onesto di quantificare il costo dell’home bias non è dire “l’Italia rende meno”, che sarebbe una previsione mascherata da fatto. È guardare cosa è successo a chi c’era.
Il FTSE MIB ha toccato il suo massimo a 44.364 punti nel maggio 2007. Ha impiegato circa diciassette anni per tornare su quei livelli, riportandosi in parità nel 2024. Diciassette anni di attesa per tornare al punto di partenza, in termini di prezzo dell’indice. Nel frattempo un investitore diversificato sul mercato mondiale aveva superato il proprio massimo pre crisi da oltre un decennio.
C’è un secondo costo, meno visibile del primo, ed è la concentrazione settoriale. Un indice azionario nazionale piccolo non è una versione in miniatura dell’economia mondiale: è la fotografia di quali settori, in quel Paese, si sono storicamente quotati in Borsa. Secondo i dati FTSE Russell al 31 ottobre 2025, il peso delle banche sul FTSE MIB era di circa il 39%, seguito dalle utility al 15%, dall’automotive al 10%, dai beni e servizi industriali al 9% e dall’energia all’8%.
Quasi quattro decimi in un solo settore. Comprare “il mercato italiano” non significa comprare l’economia italiana diversificata: significa in larga parte comprare banche italiane, con tutto quello che ne consegue in termini di sensibilità ai tassi, allo spread e al ciclo del credito. Sono percentuali che si muovono nel tempo e vanno riverificate, ma l’ordine di grandezza racconta una struttura, non un momento.
Perché ci finisci dentro senza deciderlo
Le ragioni sono tre, e nessuna delle tre è stupida. È questo che rende l’home bias difficile da correggere: ogni singolo passo che ti ci porta ha una sua logica.
La familiarità viene scambiata per informazione. Conosci il nome, hai il conto in quella banca, vedi il logo tutti i giorni, hai letto l’articolo sul giornale. Quella sensazione di sapere qualcosa in più è quasi sempre un’illusione: sapere cosa fa un’azienda non è un vantaggio informativo, perché lo sanno tutti. Il vantaggio informativo è sapere qualcosa che il prezzo non contiene già, e su un titolo seguito da venti analisti non ce l’hai.
Il rischio di cambio sembra un rischio in più. Investire fuori dall’euro espone alle oscillazioni valutarie, ed è vero. Ma la conclusione “quindi resto in euro” tratta la valuta domestica come priva di rischio, che è vero solo per le spese che farai in euro nei prossimi mesi. Su un orizzonte di vent’anni la concentrazione geografica è un rischio più grande dell’oscillazione valutaria, anche perché la seconda tende a mediarsi mentre la prima no.
Il default fa il resto. Il canale attraverso cui la maggior parte degli italiani investe è la propria banca, che propone in prevalenza i propri prodotti, con dentro in prevalenza titoli dell’area di riferimento. Non serve nessuna scelta attiva per finire con un portafoglio molto italiano: basta non fare nessuna scelta.
Come misurare il tuo, senza autoinganni
Qui c’è l’errore di calcolo che rende l’esercizio inutile per la maggior parte delle persone: contare solo le posizioni esplicitamente italiane e fermarsi lì.
Se hai un ETF azionario globale, dentro c’è già una piccola quota di Italia. Se hai un ETF azionario europeo, dentro c’è una quota di Italia molto più grande, perché l’Italia pesa nell’Europa molto più di quanto pesi nel mondo. Il tuo peso reale sull’Italia è la somma delle posizioni dirette e delle quote contenute dentro gli strumenti diversificati, e la stessa logica vale per ogni altra area geografica.
È esattamente il conto che fa il calcolatore di diversificazione: scompone il tuo azionario per area, distribuisce la parte globale secondo i pesi di mercato, e mette il risultato accanto alla composizione del mercato mondiale. Il momento in cui quel confronto compare sullo schermo è di solito quello in cui l’home bias smette di essere un concetto e diventa un numero.
Quando l’home bias non è un errore
Vale la pena dire anche l’altra metà, perché la versione “tutto ai pesi di mercato e non pensarci più” è più semplice della realtà.
Un peso sull’Italia superiore allo 0,7% ha una giustificazione difendibile in un caso: se una parte rilevante delle spese che farai nei prossimi anni è in euro e tu vuoi ridurre il rischio di cambio su quella parte. È lo stesso ragionamento per cui, avvicinandosi a un obiettivo, si sposta il capitale verso strumenti nella valuta in cui quell’obiettivo si paga, ed è la logica descritta nell’articolo sul portafoglio giusto per il tuo orizzonte temporale. Ma attenzione: quel ragionamento giustifica un sovrappeso sull’area euro, che nel mondo pesa parecchio più dell’Italia, non un sovrappeso sull’Italia da sola. Sono due cose diverse e vengono spesso confuse.
Fuori da quel caso, un sovrappeso nazionale è una scommessa attiva. Può andare bene o male, ma va chiamata col suo nome e dimensionata di conseguenza, non lasciata crescere per inerzia.
Cosa fare da qui
Fai il conto vero, una volta. Prendi ogni strumento azionario che hai, guarda la sua composizione geografica sulla scheda del prodotto, e ricostruisci il peso complessivo per area. Poi mettilo accanto ai pesi di mercato: Nord America intorno ai due terzi, Europa esclusa l’Italia poco più di un decimo, Italia meno dell’uno per cento, Pacifico sviluppato ed emergenti il resto.
Se lo scarto sull’Italia è dentro qualche punto percentuale, non c’è niente da fare. Se è di venti o trenta punti, hai una decisione da prendere, e ci sono due modi diversi di prenderla. Il primo è correggere vendendo, che in Italia costa il 26% sulle plusvalenze realizzate e va quindi soppesato. Il secondo è correggere comprando, indirizzando i versamenti futuri sulle aree sottopesate finché il peso non rientra: più lento, ma senza costo fiscale, ed è il metodo descritto nell’articolo sul ribilanciamento.
La cosa che non ha senso è scoprire il numero e poi non decidere niente, perché in quel caso hai solo trasformato una scommessa inconsapevole in una scommessa consapevole a cui non hai messo un limite.
Trovi la versione sintetica di questo articolo nel carosello dedicato all’home bias su Instagram.
Questo articolo ha uno scopo educativo e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. I pesi di indice, le composizioni settoriali e i dati storici citati si riferiscono alle date indicate e cambiano nel tempo: nessuna delle allocazioni descritte è una raccomandazione. Prima di modificare l’esposizione geografica del tuo portafoglio valuta la tua situazione specifica, eventualmente con il supporto di un professionista abilitato.
Fonti
- Kenneth R. French, James M. Poterba, "Investor Diversification and International Equity Markets", American Economic Review, 1991 (quote domestiche di Giappone 98%, Stati Uniti 94%, Regno Unito 82% alla fine degli anni Ottanta), ripresa da justETF Academy, "Home bias: perché investire solo in Italia ti costa caro" — justetf.com/it/academy/home-bias-investitori-italiani-etf.html
- MSCI ACWI Index, composizione geografica al 31 luglio 2026 (Stati Uniti 63,55%, Giappone 5,05%, Regno Unito 3,19%, mercati emergenti 11,78%), rilevata via justETF — justetf.com/en/how-to/msci-acwi-etfs.html
- justETF Academy (quota del debito pubblico italiano detenuta direttamente dalle famiglie italiane, circa 14,5%, contro meno del 3% in Francia e Germania; peso dell'Italia intorno allo 0,7% degli indici azionari globali) — justetf.com/it/academy/home-bias-investitori-italiani-etf.html
- Borsa Italiana / Teleborsa, "Il FTSE MIB recupera quanto perso con la crisi finanziaria" (massimo di 44.364 punti nel maggio 2007 e recupero successivo; pesi settoriali FTSE Russell al 31 ottobre 2025: banche 39%, utility 15%, automotive 10%, beni e servizi industriali 9%, energia 8%) — borsaitaliana.it
- Banca d'Italia, "L'economia per tutti", sezione dedicata alle azioni — economiapertutti.bancaditalia.it
