Due persone fanno lo stesso identico test sulla tolleranza al rischio e ottengono lo stesso identico profilo, “moderato”. La prima ha 28 anni e sta investendo per la pensione. La seconda ha 34 anni e sta mettendo da parte i soldi per l’anticipo di un mutuo che vuole accendere tra due anni. Se seguissero entrambe la stessa allocazione azionaria/obbligazionaria suggerita dal test, una delle due starebbe sbagliando in modo piuttosto serio, e probabilmente non se ne accorgerebbe finché non è troppo tardi.

Il punto è che la tolleranza al rischio (quanto riesci a reggere psicologicamente un crollo del portafoglio) è solo metà del problema. L’altra metà, spesso trascurata, è la capacità di rischio: quanto tempo hai davanti prima di aver bisogno di quei soldi. Sono due cose diverse, e in questo articolo ci concentriamo sulla seconda, perché è quella che si può calcolare con numeri concreti invece di affidarsi a un questionario.

Capacità di rischio e tolleranza al rischio non sono la stessa cosa

Il test sulla tolleranza al rischio (ne trovi uno dedicato su questo blog, con tanto di punteggio) misura come reagisci emotivamente a una perdita: se vendi nel panico o se resti fermo. È utile, ma risponde solo alla domanda “cosa farai quando il mercato scende”, non alla domanda “cosa puoi permetterti che succeda al tuo capitale nei prossimi anni”. Quella seconda domanda dipende da fattori oggettivi: quando ti servirà il denaro, se hai altre fonti di reddito nel frattempo, se un eventuale calo del 30% ti costringerebbe a vendere in perdita o se potresti semplicemente aspettare.

Un investitore con un orizzonte di 25 anni e uno stipendio stabile ha una capacità di rischio alta anche se, caratterialmente, è ansioso davanti a un grafico rosso. Un investitore con un orizzonte di due anni e nessun altro cuscinetto ha una capacità di rischio bassa anche se si definisce “spregiudicato”. L’allocazione giusta nasce dall’incrocio tra le due cose, ma quando sono in conflitto è quasi sempre la capacità di rischio, cioè l’orizzonte, a dover prevalere: la tolleranza psicologica si può allenare nel tempo, il tempo che hai davanti no.

Cosa dicono i dati storici sulla probabilità di perdere, per orizzonte

Sui mercati azionari americani, che hanno la serie storica più lunga e più studiata a disposizione (dal 1928 in avanti), la probabilità di chiudere in perdita cambia radicalmente a seconda di quanto tieni l’investimento.

Orizzonte Probabilità storica di rendimento negativo (S&P 500, 1928-2024)
1 anno circa 25-27%
5 anni circa 10-11%
10 anni circa 5-6%
20 anni 0% in questo specifico campione storico

Su un anno, un investitore azionario ha avuto storicamente circa una possibilità su quattro di chiudere sotto zero. Su vent’anni, in questo particolare set di dati, non è mai successo: chi ha comprato nel 1928, un anno prima del crollo che ha aperto la Grande Depressione, era comunque in guadagno vent’anni dopo. Questo è il motivo per cui, in teoria, l’azionario “puro” diventa via via più sensato quanto più l’orizzonte si allunga.

Va detto con altrettanta chiarezza che questa tabella ha due limiti che vale la pena avere in testa prima di trattarla come una legge di natura. Il primo è che riguarda un solo mercato, quello americano, che nel Novecento è stato il più performante al mondo: gli economisti Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton, nel loro lavoro di riferimento sui rendimenti globali di lungo periodo, hanno mostrato che concentrarsi solo sui mercati “sopravvissuti indenni” a guerre e crisi (il campione russo, per dire, è stato azzerato dalla rivoluzione del 1917 e il mercato non ha riaperto fino agli anni Novanta) produce stime di rendimento sistematicamente troppo ottimistiche: parte della ricerca accademica su questo tema attribuisce a questo effetto di sopravvivenza fino a circa un terzo del premio storico dell’azionario americano rispetto al resto del mondo. Il secondo limite è che “zero volte su vent’anni nel campione osservato” non equivale a “impossibile che accada in futuro”: è un fatto storico, non una garanzia.

Un esempio concreto di quanto possa essere lungo e doloroso un episodio anche per chi era diversificato a livello globale: nel 1989 il Giappone pesava circa il 45% dell’indice MSCI World, con un mercato azionario arrivato a valutazioni fuori scala. Chi avesse investito sul solo Nikkei al picco del 1989 si sarebbe ritrovato, nel 2008, ancora sotto del 78% rispetto al capitale iniziale (senza contare i dividendi reinvestiti). Anche l’investitore globale, che nel 1990 aveva quasi metà del portafoglio esposto al Giappone tramite l’indice MSCI World, incassò un calo del 29% quell’anno. La differenza è che l’indice globale, proprio perché diversificato anche sugli altri mercati, superò stabilmente il Giappone in termini di livello già dal 1996, mentre il Nikkei da solo è rimasto sotto il suo massimo per oltre tre decenni.

Quanto tempo serve ai mercati per recuperare da un crollo

Un altro modo di guardare allo stesso problema: non “quanto è probabile perdere”, ma “una volta che perdi, quanto ci metti a tornare al punto di partenza”. La risposta dipende molto dalla gravità dell’episodio.

Episodio Calo dal massimo Tempo di recupero
Correzioni ordinarie (storico dal 1950) tipicamente 10-20% 3-8 mesi
Bolla dot-com (2000-2002) circa -49% circa 31 mesi (2,6 anni)
Crisi finanziaria globale (2007-2009) circa -57% diversi anni, nuovo massimo raggiunto nel 2013
Crollo Covid (2020) circa -34% circa 5 mesi (il recupero più rapido della storia recente)
Media dei bear market dal 1945 a oggi circa -36% circa 2 anni e 2 mesi
Media di tutti i bear market dall’Ottocento variabile 4,5 anni di media, 2,4 anni di mediana

I numeri raccontano due cose insieme. Da un lato, i crolli più severi possono richiedere anni prima che il capitale torni al livello di partenza, non settimane. Dall’altro, anche episodi molto violenti come il Covid possono risolversi in tempi sorprendentemente brevi: dipende dalle cause del crollo e dalla risposta di politica economica, elementi che nessuno può prevedere in anticipo. Per chi pianifica un investimento, la conseguenza pratica è una sola: se il tuo orizzonte è più corto del tempo di recupero tipico di un bear market severo, un crollo arrivato nel momento sbagliato non è un problema teorico, è un problema di liquidità reale.

Un esempio di calcolo: stesso crollo, esito opposto secondo l’orizzonte

Prendiamo un capitale di 30.000 € investito interamente in azionario, e ipotizziamo un crollo del 40% subito dopo l’investimento (uno scenario più severo della media storica, scelto apposta per rendere l’esempio chiaro). Dopo il crollo restano 18.000 €. Da lì in avanti, il capitale riprende a crescere a un tasso nominale del 7% annuo, che è l’ipotesi di rendimento atteso di lungo periodo per l’azionario globale usata da J.P. Morgan Asset Management nelle sue Long-Term Capital Market Assumptions 2026 (un’assunzione di mercato, non una previsione garantita, ed espressa in dollari: il rendimento realizzato in euro da un investitore italiano dipenderà anche dal cambio).

Anno dopo l’investimento Valore stimato Rispetto al capitale iniziale di 30.000 €
3 20.608 € -31,3%
5 23.594 € -21,4%
7 27.013 € -10,0%
8 28.904 € -3,7%
10 33.092 € +10,3%
15 46.414 € +54,7%
25 91.303 € +204,3%

Calcolo con script, ipotesi di rendimento nominale costante del 7% annuo dopo il crollo; è una semplificazione a fini illustrativi, i mercati reali non crescono mai in linea retta.

Il crollo è identico in tutti i casi. Quello che cambia è cosa sei costretto a fare. Chi ha bisogno di quei 30.000 € tra 3 anni, magari perché li aveva messi da parte per un acconto, si ritrova a dover vendere con una perdita reale del 31% sul capitale versato: non una perdita “sulla carta”, ma un buco effettivo nel budget della casa. Chi può aspettare fino all’anno 8 recupera quasi interamente il capitale. Chi ha un orizzonte di 10 anni o più non solo recupera, ma chiude comunque in guadagno, spesso sostanzioso, nonostante il crollo iniziale. Stesso shock di mercato, tre esiti radicalmente diversi, e l’unica variabile che li separa è quanto tempo l’investitore aveva davanti.

C’è anche un secondo effetto, meno intuitivo, legato al tasso di rendimento atteso dell’allocazione scelta: più l’allocazione è prudente, più lento è anche il recupero da uno shock, a parità di severità del crollo. Con le ipotesi J.P. Morgan 2026 (azionario globale 7,0%, obbligazionario globale 4,3%, un mix 60/40 6,4%), il tempo teorico per tornare al capitale di partenza dopo un calo del 40% sarebbe di circa 7,6 anni per un portafoglio 100% azionario, 8,2 anni per un 60/40, e 12,1 anni per un portafoglio 100% obbligazionario. Il calcolo è volutamente astratto (un portafoglio quasi interamente obbligazionario difficilmente subisce un calo del 40% nella realtà, la volatilità delle due asset class non è comparabile), ma isola bene il punto: rendimento atteso più basso significa anche capacità di recupero più lenta, il che è un argomento in più per non essere eccessivamente prudenti quando l’orizzonte è davvero lungo.

Le regole pratiche per tradurre l’orizzonte in allocazione

L’euristica più diffusa nella pianificazione finanziaria per collegare età (spesso usata come proxy dell’orizzonte fino alla pensione) e quota azionaria è la regola “100 meno l’età”: la percentuale che ne risulta va in azionario, il resto in obbligazionario o liquidità. Negli ultimi anni, con l’aumento dell’aspettativa di vita e quindi della durata della fase di decumulo dopo il pensionamento, molti professionisti hanno spostato la base di calcolo a 110 o addirittura 120, per non ritrovarsi con un’allocazione troppo prudente per una pensione che oggi può durare 25-30 anni.

Età Regola 100-età Regola 110-età Regola 120-età
25 75% azionario 85% azionario 95% azionario
35 65% azionario 75% azionario 85% azionario
45 55% azionario 65% azionario 75% azionario
55 45% azionario 55% azionario 65% azionario
65 35% azionario 45% azionario 55% azionario

Nessuna di queste è uno standard ufficiale: sono punti di partenza convenienti, non allocazioni ottimali per la tua situazione specifica. È lo stesso principio su cui si basano i fondi a data target (target date fund) molto diffusi nei piani pensionistici anglosassoni: partono aggressivi quando l’orizzonte è lungo e riducono gradualmente la quota azionaria (il cosiddetto “glide path”) man mano che ci si avvicina alla data obiettivo, senza bisogno che l’investitore intervenga manualmente.

Per chi investe per obiettivi diversi dalla sola pensione (casa, libertà finanziaria, fondo per i figli), ha più senso ragionare per orizzonte specifico di ciascun obiettivo che per età anagrafica: un trentenne con un obiettivo a 2 anni e uno a 30 anni dovrebbe avere due portafogli con logiche opposte, non un’unica allocazione media.

Orizzonte Allocazione azionaria indicativa Motivazione
Meno di 3 anni 0-20% Poco tempo per recuperare da un crollo, priorità alla stabilità del capitale
3-7 anni 20-50% Spazio per assorbire una correzione, ma non un bear market severo
7-15 anni 50-80% Orizzonte compatibile con il recupero storico anche di crolli importanti
Oltre 15 anni 70-100% Tempo sufficiente, storicamente, per far prevalere la crescita sulla volatilità

Questi intervalli sono indicativi e vanno sempre incrociati con la tua tolleranza psicologica al rischio: un’allocazione “corretta” sulla carta ma che ti farebbe vendere in preda al panico al primo -20% non è la scelta giusta per te, anche se lo sarebbe per un altro investitore con lo stesso orizzonte ma nervi più saldi.

Cosa fare quando l’orizzonte si accorcia

L’errore più comune non è scegliere l’allocazione sbagliata all’inizio, ma non modificarla mentre l’obiettivo si avvicina. Un portafoglio impostato all’80% azionario per un orizzonte di 15 anni non dovrebbe restare all’80% quando mancano 18 mesi al traguardo: è esattamente il meccanismo del glide path dei fondi a data target, applicato manualmente. La transizione va fatta in modo graduale, non tutta insieme all’ultimo minuto (che espone al rischio di vendere proprio durante una fase di ribasso), e idealmente pianificata con un calendario, non decisa a sensazione guardando l’andamento del mercato in quel preciso momento.

Per obiettivi con una scadenza fissa e non rimandabile (l’acconto della casa, la retta universitaria di un figlio), la parte di capitale necessaria a coprire l’obiettivo andrebbe messa al sicuro (liquidità, conti deposito, titoli di stato a breve scadenza) con un anticipo di almeno 12-24 mesi rispetto alla data, proprio per non dipendere dal timing del mercato nel momento in cui quei soldi servono davvero.

Cosa fare da qui

Il primo passo concreto è elencare i tuoi obiettivi finanziari con una data (anche approssimativa) accanto a ciascuno, invece di pensare a “il portafoglio” come un blocco unico. Per ogni obiettivo con un orizzonte sotto i 5 anni, verifica che l’allocazione sia coerente con la tabella sopra, non con quella dell’obiettivo pensionistico che magari hai impostato per default su tutto il capitale. Per gli obiettivi a lungo termine, la tentazione più pericolosa non è essere troppo aggressivi, ma diventare troppo prudenti troppo presto: i dati mostrano che è proprio il tempo, più di ogni altra variabile, a trasformare un crollo da problema serio a episodio che si riassorbe da solo.

Trovi la versione sintetica di questo articolo nel carosello dedicato all’orizzonte temporale su Instagram.

Questo articolo ha uno scopo educativo e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. Le probabilità storiche, i tempi di recupero e le assunzioni di rendimento citate si basano su dati passati e proiezioni di mercato che possono non ripetersi in futuro: prima di allocare un capitale su obiettivi concreti, valuta la tua situazione specifica, eventualmente con il supporto di un consulente finanziario indipendente.

Fonti

  1. A Wealth of Common Sense, "10% Returns in the Stock Market" (probabilità storiche di rendimento negativo S&P 500 per orizzonte, 1928-2024) — awealthofcommonsense.com/2025/04/10-returns-in-the-stock-market
  2. Crews Bank & Trust, "Chart of the Day: The Probability of Negative Returns" — crews.bank/blog/charts/the-probability-of-negative-returns
  3. Elroy Dimson, Paul Marsh, Mike Staunton, "Triumph of the Optimists: 101 Years of Global Investment Returns" e "Long-Run Global Capital Market Returns and Risk Premia" (survivorship bias nei rendimenti storici) — papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=299335
  4. The Motley Fool / Nasdaq, "How Long Do Bear Markets Last? Here's What History Tells Investors" (tempi di recupero storici dei bear market) — fool.com/investing/2025/06/02/how-long-do-bear-markets-last-heres-what-history
  5. Plus500, "Every Major Stock Market Correction Since 1950 & How Long Recovery Took" — us.plus500.com/en/newsandmarketinsights/stock-market-corrections-since-1950
  6. JustETF Academy, "Japan: the ultimate stock market crash" (peso del Giappone nel MSCI World nel 1989-1990, performance Nikkei vs indice globale) — justetf.com/en/academy/japan-stock-market-crash.html
  7. J.P. Morgan Asset Management, "2026 Long-Term Capital Market Assumptions" (rendimenti attesi nominali di lungo periodo per azionario globale, obbligazionario globale e mix 60/40) — am.jpmorgan.com/us/en/asset-management/adv/about-us/media/press-releases/jp-morgan-releases-2026-long-term-capital-market-assumptions
  8. Corporate Finance Institute, "Glide Path — Overview, Types, Practical Example" e materiali su regole 100-età/110-età/120-età e fondi a data target — corporatefinanceinstitute.com/resources/wealth-management/glide-path